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Decreto di accoglimento, del Tribunale Civile di Roma, Sez. III,  n. 9374/2016, Convocante Assemblea dei soci per il 25/26 feb. 2017 a Roma

SITO UFFICIALE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
STORICAMENTE E GIURIDICAMENTE LA STESSA IN ITALIA NEL 1994

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INTERVISTA DA "IL CORRIERE DELLA SERA", SABATO 27 MARZO 2021:
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DC, NINO LUCIANI A 83 ANNI HA VINTO IN TRIBUNALE - CORRIERE ...https://www.corriere.it/politica/21_marzo_27/dc-nino-lucian


 

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Massimo Rocchitta

INTORNO ALLA "POVERTA'" DEI LAVORATORI

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Massimo Rocchitta, Lavoratori poveri e stipendi bassi: cosa fare?

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* Dottore in Scienze Agrarie, Master in Gestione Sostenibile della risorsa idrica

Lavoratori poveri e stipendi bassi: cosa fare?

 PREMESSA. Le recenti statistiche (da ultimi il rapporto ISTAT 2022 ed il XXI Rapporto annuale INPS dell8 luglio 2022) evidenziano un dato incontrovertibile: partendo dal 1992 (teniamo a mente questa data) gli stipendi Italiani sono gli unici nell’OCSE ad essere diminuiti. L’Italia è ultima, con un -2,9%, mentre nello stesso periodo, solo per fare qualche esempio in Spagna, sono aumentati del 6,2%, in Olanda del 15,5%, in Francia del 31,1%, in Germania del 33,7%. Secondo i dati Eurostat (2021) la retribuzione annua netta media di un dipendente Italiano single a tempo pieno senza carichi familiari è di 22.339 euro, a parità di potere d’acquisto, cioè tenendo conto dei prezzi nei diversi Paesi, contro i 29.776 della Germania e i 24.908 della Francia. In Italia, quindi, le buste paga sono mediamente più leggere. In particolare, quelle dei giovani. E’ però evidente che questo dato in Italia va di pari passo con altri aspetti:

1.- Lavoratori Poveri .

Come abbiamo già messo in evidenza qualche mese fa, nel mese di novembre 2021, la commissione governativa di esperti sulla «povertà lavorativa in Italia», ha consegnato al Ministro del Lavoro la sua relazione, dove si legge che «nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era povero, contro una media europea del 9,2%» e che «la pandemia ha presumibilmente esacerbato il fenomeno». Il tutto in un contesto di impoverimento che va avanti da molti anni. «A conferma della crisi del lavoro nel nostro paese la soglia di bassa retribuzione, pari al 60% della retribuzione lorda, si è ridotta in Italia in termini reali da circa 12.000 euro a circa 11.500 euro annui dal 2005 al 2018, soprattutto in ragione della crescita abnorme del lavoro a tempo parziale (generalmente involontario)».

Per dare un’idea più dettagliata della situazione, c’è una tabella, ripresa dal Rapporto Inps del 2020, dove di vede che se si fissasse un salario minimo legale di 9 euro lordi l’ora, ci sarebbe il 30 % dei lavoratori sotto questa soglia. La percentuale di part-time è del 46% tra le donne, il dato più alto nell’Ue. Il lavoro a termine ha raggiunto il picco storico di oltre 3,2 milioni di lavoratori. «Cresce il problema dei contratti di durata giornaliera o settimanale». La povertà lavorativa è determinata non solo dalla precarietà ma dal settore: «Sono poveri (.) il 64,5% degli addetti negli alberghi e ristoranti, a fronte di meno del 5% nel settore finanziario». Il fenomeno dei lavoratori poveri si è esteso al punto che una recente indagine dell’Inapp, l’istituto di analisi che fa capo al ministero del Lavoro, ha concluso che il 46% delle famiglie beneficiarie dell’assegno di povertà ha al suo interno una persona che lavora o ha lavorato: cioè, mentre fino alla fine degli anni ‘80 per poter sfuggire alla povertà bastava trovare un lavoro, dal 1992 in poi non è più così, sino ad arrivare all’evidenza che oltre 4,3 milioni di lavoratori (di cui circa seicentomila dipendenti pubblici) sono lavoratori poveri (circa il 13% del totale nel 2021, che oggi si stima al 18,5%). C’è un dato sulle retribuzioni che salta agli occhi nel rapporto dell’Istat, quello dei lavoratori dipendenti nel settore privato. Il calcolo è stato fatto escludendo i lavoratori nell’agricoltura e quelli domestici, ed è venuto fuori che quasi un lavoratore su tre (il 29,5%) ha una retribuzione lorda l’anno inferiore a 12 mila euro, mentre per circa 1,3 milioni di dipendenti (il 9,4%) la retribuzione oraria è inferiore a 8,41 euro l’ora. Sulla base dei dati del XXI rapporto, il 23% dei lavoratori guadagna meno di 780 euro al mese, cioè meno della soglia del Reddito di cittadinanza. Il lavoro a termine è al picco storico di oltre 4,2 milioni di lavoratori. Quasi un lavoratore su tre prende meno di 1.000 euro al mese.

2. Scarsa Produttività

Nota Marco Bentivogli (Fondatore di Base Italia e componente della Commissione “Per una strategia Nazionale sull'intelligenza Artificiale” del Ministero dello Sviluppo Economico e del “Gruppo di lavoro sull'intelligenza artificiale” presso la Pontificia Accademia per la Vita), che “(.) in Italia dal 1999 al 2019 il PIL per ora lavorata è cresciuto del 4,2 % mente in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3 per cento. (.) La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia è diminuita del 6,2 per cento tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo. (.) Se tutto ciò che c’è attorno al lavoro non funziona, prendersela con il fattore lavoro è singolare. (.)”. Dai primi anni ‘90 si è cominciato a sostenere che la produttività non cresceva per il costo del lavoro troppo elevato, cioè salari troppo alti: su questo argomento qualche partito e qualche personaggio ha fondato le sue alterne fortune politiche. Nota ancora Marco Bentivogli : “Se vediamo invece il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto), il salario ha una bassa incidenza, in luogo di altri fattori, tra cui appunto, la taglia dimensionale d’impresa, capitale umano più povero per livelli di istruzione (in particolare nelle materie tecnico-scientifiche,) debito demografico, emigrazione dei giovani più qualificati, (negli ultimi dieci anni quasi mezzo milione di ragazze e ragazzi se ne sono andati ndr). (.)

Tutto ciò, fa dell’Italia un paese che distribuisce male la ricchezza che genera: le disuguaglianze crescono sostenute dal denaro pubblico. ”. A fronte di quanto evidenziato dovremmo quindi focalizzare la nostra attenzione su come: aumentare la produttività. rivoluzionare i sistemi di formazione professionale e di maggiore qualificazione dei lavoratori. migliorare la conciliazione dei tempi Vita – Lavoro stimolare accordi sulla produttività a livello di azienda o territorio (da non confondere con la sola defiscalizzazione). incidere sull’inefficienza delle pubbliche amministrazioni.

3. Divario Retributivo

Dal XXI rapporto INPS del Luglio 2022, in busta paga si allarga il divario tra uomini e donne. La differenza può arrivare fino al 30% della retribuzione, ma si attenua la forbice per i profili dirigenziali. Ma il divario retributivo riguarda soprattutto la forbice che si allarga tra la retribuzione delle posizioni dirigenziali (sia pubbliche che private) e quelle dei non dirigenti (quadri, impiegati ed operai), operazione che va di pari passo al ridimensionamento della classe media.

La crisi ha quindi aumentato le diseguaglianze. La retribuzione media dei lavoratori dipendenti è stata nel 2021 di 24.100 euro lordi, circa duemila euro al mese: meno dei 24.140 euro medi del 2019, prima del Covid (-0,2%). La retribuzione media delle donne risulta di 20.415 euro, «inferiore del 25% rispetto alla media maschile», sottolinea. I quasi 13 milioni di dipendenti permanenti a tempo pieno hanno guadagnato, nel 2021, 37.990 euro lordi in media: 3.165 euro al mese. La retribuzione media annua scende a 17.680 euro lordi se il lavoro a tempo indeterminato è part time. Invece, i lavoratori a termine hanno preso in media 17.460 euro se impiegati full time e appena 7.870 euro se a part time.

4. l’inflazione e “differenziale di classe”.

Il «caro tutto» ci riporta indietro agli anni settanta, alle giornate senza auto, all’inflazione galoppante, agli scontri sulla scala mobile: il fatto è che in Italia si guadagna sempre meno. Nel 2021, nonostante una lieve ripresa delle retribuzioni, si assiste tuttavia a una diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori a causa dell’aumento record dell’inflazione. I lavoratori più penalizzati nel 2021 sono stati gli operai con un danno stimato, in termini di potere di acquisto, fino a 1250 euro. A rivelarlo è l’ultimo Rapporto Retribuzioni di Odm Consulting, la società di Gi Group Holding che ogni anno mappa gli stipendi dei dipendenti nel nostro Paese. Il potere di acquisto dello stipendio è destinato a diminuire drasticamente: nel 2012, un’inflazione all’1,9% ha generato l’erosione dell’1% dello stipendio: facile immaginare a quanto schizzerà questa erosione con un’inflazione che ad oggi si attesta intorno all’8%. (dati ISTAT: giugno 2022 + 8,2, record dal 1986) Alla luce della tipologia di spesa i non dirigenti (quadri, impiegati ed operai) affrontano quindi la maggiore erosione del potere d’acquisto (in pratica i dirigenti prendono di più e spendono di meno per l’acquisto degli stessi beni, in particolare gli immobili ndr). L’ISTAT certifica che mentre per le fasce più deboli l’inflazione nel secondo trimestre + al 9,6% per i più agiati l’inflazione è al 6,1%, perché coinvolge prevalentemente i prodotti base del carrello della spesa e meno i Servizi: il “differenziale di classe “ è quindi salito al 3,7%.

5.- La povertà dei bambini .

«Da un anno all’altro c’è stato un aumento di un milione di persone che sono cadute nella povertà assoluta», ha detto la dirigente dell’ISTAT Linda Laura Sabbadini commentando il rapporto ISTAT del 2022, aggiungendo però che «grazie al reddito di cittadinanza e al reddito di emergenza si è evitato che un altro milione scivolasse nella povertà assoluta». Inquietante il tasso di povertà che riguarda i bambini: è arrivato a essere il 14%, era il 3,9% nel 2005. In numeri assoluti significa che nel 2021 sono in povertà assoluta 1 milione 382 mila minori. In questo scenario, se è urgente rivedere le procedure di riconoscimento del Reddito di Cittadinanza, bisogna avere PRIMA uno strumento alternativo.

6.- Il Debito Demografico

Aumenta la povertà nel nostro Paese, ma non soltanto per quel milione di persone che da un anno all’altro è caduto nella povertà assoluta. Siamo poveri di capitale umano, in Italia non nascono più bambini. Come già nel rapporto ISTAT del 2021, in cui era stato segnalato il record negativo di nascite del 2020 (sotto i 400 mila), il rapporto ISTAT di quest’anno evidenzia come in prospettiva la situazione non è destinata a migliorare visto che il numero dei single ha superato quello delle coppie con figli (33% contro 31,2%).

Ancora peggiore guardando da qui al 2040 quando ci saranno più coppie senza figli che quelle con i figli. Una vera emergenza che si somma a quella delle diseguaglianze sociali, retributive, economiche. Come si può evincere dal rapporto ISTAT 2022, da un anno all’altro c’è stato un calo della popolazione di 658 mila unità. Non è difficile immaginare cosa possa significare questo in termini di previdenza, spesa sanitaria e assistenza. Gli individui in età 65 anni e oltre sono 14 milioni e 46 mila a inizio 2022, 3 milioni in più rispetto a venti anni or sono, e costituiscono il 23,8 per cento della popolazione totale; nel 2042 saranno quasi 19 milioni e rappresenteranno il 34 per cento della popolazione totale.

Cosa fare?

Una strategia di lotta alla povertà lavorativa richiede una molteplicità di strumenti per sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito, e assicurare un sistema redistributivo ben mirato. Il dibattito, a cui intendiamo dare il nostro contributo, sta seguendo alcune direttrici principali: proposte predistributive, che agiscono, cioè, sui redditi di mercato; proposte redistributive; proposte trasversali. La priorità andrebbe a proposte di tipo generale (si potrebbero immaginare anche interventi a livello settoriale o locale) e microeconomico, cioè indirizzate a supportare i redditi individuali e familiari. Proponiamo di seguito alcune soluzioni, tra cui sono comprese anche idee proposte dal Gruppo di Lavoro Interministeriale per il contrasto alla Povertà.

a) Introduzione del Salario minimo.  Riteniamo valida la proposta del Governo che prevede anche una applicazione provvisoria e sperimentale del salario minimo ad un numero limitato di settori in crisi e creare un sostegno economico che integri i redditi dei lavoratori poveri, con cui aiutare chi si trova in difficoltà economiche incentivando l’occupazione regolare. Una strategia che, alla luce dei recenti rapporti l’ISTAT e l’INPS, dovrà affrontare «anche le debolezze macroeconomiche e di politica industriale, le politiche per il lavoro (politiche attive, regolazione lavoro atipico, contrattazione) e gli investimenti in istruzione e formazione con l’obiettivo di aumentare quantità e qualità del lavoro nel nostro Paese». Tuttavia crediamo però che la proposta di Salario Minimo vada integrata, (certamente bisogna individuare in tutti i contratti un livello minimo che ponga un lavoratore monoreddito con famiglia sopra la soglia di povertà ndr) con alcuni correttivi, per evitare il rischio della reintroduzione delle gabbie salariali, l’impoverimento ulteriore dei lavoratori più deboli e valutare una sua “governance” condivisa tra datore di lavoro (Pubblico e Privato) e parti sociali rappresentative. Da questo punto di vista sarebbe quindi più utile: 1. l’applicazione dei contratti collettivi principali a tutti i lavoratori su cui calcolare la soglia del salario minimo, salvaguardando la contrattazione di I°, II° e III° livello; 2. la riduzione del numero di contratti (molti dei quali pirata e sottoscritti da sigle sindacali ispirate dal datore di Lavoro, sia nel Pubblico che nel Privato): dai dati INPS 2022 ci sono circa 1011 tipologie di contratto di cui solo 27 hanno un carattere nazionale con firme a rappresentanza certificata; 3. ridefinire la legge sulla rappresentanza; 4. l’introduzione del coefficiente familiare nei contratti (pubblici e privati);

b) Il reddito di cittadinanza “ha giocato un ruolo senz’altro positivo nell’attenuare la povertà” delle famiglie beneficiarie, peraltro “non sufficiente per portare le famiglie numerose al di sopra della soglia di povertà e limitata nell’affrontare un fenomeno complesso e sfaccettato come la povertà lavorativa”. Per migliorare lo strumento del reddito di cittadinanza l’INPS propone «una piattaforma nazionale» per incrociare domanda e offerta di lavoro: lo strumento va quindi confermato con gli opportuni correttivi sull’accettazione delle proposte di Lavoro e dell’incrocio delle banche dati per i controlli sui percettori abusivi.

c)Taglio del cuneo fiscale. Una soluzione che metterebbe tutti d’accordo è il taglio del cosiddetto cuneo fiscale, ovvero del prelievo fiscale e contributivo che grava sulle retribuzioni che è al di sopra di 10 punti rispetto alla media OCSE. Ma tagliare il cuneo costa tanto. La proposta di Confindustria, per esempio, che consentirebbe ai lavoratori di avere circa cento euro in più al mese in busta paga, peserebbe sul bilancio pubblico, 16 miliardi l’anno, secondo i calcoli degli stessi imprenditori. Tuttavia l’IRPEF ha certamente aliquote troppo alte ed è pagata da pochi italiani: in pratica…i salari italiani sono troppo bassi e le tasse sul lavoro le più alte nell’ambito dell’economia europea.

d) Aumentare la produttività del lavoro e ridistribuirla ai salari. La produttività, tra il 1995 e il 2019, è cresciuta in Francia e Germania dell’1,3% in media d’anno e in Italia solo dello 0,3%.

e) Rafforzare la vigilanza documentale. Una volta fissato un minimo salariale per via contrattuale o legale, è essenziale che questo minimo sia rispettato. Questa è una priorità anche con il sistema vigente. Al di là della fondamentale attività ispettiva, è cruciale potenziare anche l’azione di vigilanza documentale, cioè di quella basata sui dati che le imprese e i lavoratori comunicano alle Amministrazioni pubbliche.

f) Introdurre un “In Work Benefit”. In Italia, solo il 50% dei lavoratori poveri percepisce una qualche prestazione di sostegno al reddito rispetto al 65% in media europea. In particolare, in Italia manca uno strumento per integrare i redditi dei lavoratori poveri, un in-work benefit (letteralmente “trasferimento a chi lavora”). Tale benefit permetterebbe di aiutare chi si trova in situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare.

g) Incentivare il rispetto delle norme ed aumentare la consapevolezza. A queste misure è possibile affiancare altre iniziative per incentivare le imprese a pagare salari adeguati. Ad esempio, con forme di accreditamento oppure di denuncia per chi, al contrario, non rispetta la normativa.

  Ciò detto riteniamo di integrare questi concetti con soluzioni che prendano atto della storia degli ultimi 30 e contribuiscano a cambiare la rotta politica e sociale Italiana: bisogna agire valutando tutto lo scenario.

1. Rivedere il contratto sociale con i cittadini Italiani Si tratta innanzi tutto di promuovere la revisione del corpo normativo sul Lavoro partorita tra il 1992 ed il 2017 (Legge 421/92, D.lgs. 29/93, D.lgs. 165/2001, D.lgs. 23/2015, D.lgs. 74/2017 e D.lgs. 75/2017, giusto per citare i più noti). In particolare rivedere il Jobs Act, a nostro avviso significa rimuovere le condizioni che hanno reso i lavoratori dipendenti (sia pubblici che privati) più esposti al rischio di licenziamento e quindi obbligati ad accettare salari sempre più bassi (vedasi la casistica degli appalti di rinnovo dei servizi di pulizia degli uffici pubblici al massimo ribasso).

2. Tornare ai prezzi amministrati su un paniere più ampio di prodotti: E’ evidente dall’andamento dei costi al dettaglio che l’inflazione può essere efficacemente contrastata anche reintroducendo i prezzi amministrati sui beni di largo consumo (carburanti, luce, gas, pane, pasta ad esempio):

- Liberare il prezzo dell’energia (elettricità, gas e carburanti) dalle speculazioni e dalla volatilità dei mercati, (criterio di calcolo dei prezzi coerente con costi di produzione delle diverse fonti energetiche e con il costo medio di acquisizione delle forniture nazionali complessive) garantendo nel contempo la concorrenza e il contenimento delle ripercussioni su tutta la clientela.

-  Non applicare l’IVA sulle accise sui carburanti

- Energia e Gas: avviare una riforma complessiva degli oneri generali di sistema che gravano in bolletta,

- Definire la casistica di morosità incolpevole, allargandola alle difficoltà sopravvenute per i nuclei familiari anche ai fini dell’accesso al bonus sociale, stabilizzare l’innalzamento della soglia Isee a 12 mila euro e aumentare anche il valore del Bonus

- Prevedere un Fondo di sostegno per le fasce meno abbienti per la realizzazione di interventi di riqualificazione energetica degli immobili,

- Istituire l’Albo dei venditori autorizzati ad operare nel settore dell’energia,

- Ampliare le misure di supporto e operare una semplificazione amministrativa per favorire la nascita e la gestione delle Comunità energetiche rinnovabili, anche qualificandone alcuni modelli come Enti del terzo settore.

- Rafforzare decisamente i compiti di sorveglianza e i poteri sanzionatori delle Autorità indipendenti e di Mr. Prezzi, Attivare presso le prefetture dei comitati territoriali di sorveglianza sui prezzi, coinvolgendo i Crcu, per monitorarne l’andamento e contrastare fenomeni speculativi in sinergia con Mr. Prezzi.

- Consultazione preventiva delle Associazioni dei Consumatori e degli Utenti riconosciute per l’assunzione di provvedimenti in materia di prezzi e politica energetica.

3. Introdurre un sistema elettorale proporzionale (con una soglia di sbarramento) Riprendendo la lezione di Don Luigi Sturzo sul protagonismo delle classi popolari, il voto dei lavoratori deve avere un peso in grado di controbilanciare quello delle varie Lobby a cominciare dai dirigenti pubblici. Non a caso, dalla modifica del sistema elettorale verso il sistema maggioritario (sostanzialmente già sperimentato in Italia dal 1861 al 1919), la condizione sociale Italiana è andata peggiorando, sono aumentate le diseguaglianze sociali ed ai corpi intermedi, attraverso cui avveniva la gran parte della mobilitazione dei cittadini Italiani e con cui si decidevano i criteri di redistribuzione, è stato in sostanza impedito di esercitare la propria funzione sociale. A nostro avviso quanto sopra descritto, dipende in buona misura dall’esclusione dei lavoratori e dei ceti meno abbienti dalle scelte fondamentali decisive per il proprio presente ed il proprio futuro (la disintermediazione), conseguenza implicita del funzionamento dell’attuale sistema elettorale: le lobbies che hanno la possibilità di incidere (ed esprimono in buona misura gli eletti) si sono ampiamente difese ed anzi, si sono arricchite. Sarà forse un caso, ma a noi sembra che la progressiva laicizzazione della società Italiana e il declino della Democrazia Cristiana, coincidono temporalmente con la progressiva esplosione del Lavoro Povero. Massimo Rocchitta

Sassari li 17 luglio 2022

A.  Rapporto ISTAT 2022 XXI
B. Rapporto Annuale INPS
C. Rapporto Censis 2022
D. Marco Bentivogli su Agenda Digitale 15 giugno 2022
E. Enrico Marro “Corriere della Sera” del 13 luglio 2022”
F. Assemblea CNCU del 6 aprile 2022        

                    

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Massimo ROCCHITTA*, COME AFFRONTARE IL TEMA DEI "LAVORATORI POVERI"

Premessa.
Non si vorrebbe iniziare con l'ormai scontato refrain "sulla Pandemia da COVID 19 che ha fatto venire al pettine nodi irrisolti che si trascinano da almeno due decenni", tuttavia è un fatto che il fenomeno dei "lavoratori poveri" sia esploso nel corso del 2020 ed è diventato uno dei problemi più rilevanti per il mercato del lavoro Italiano: siamo di fronte ad una vera Pandemia del Lavoro Povero. Diventa sempre più urgente la restituzione della centralità e della dignità del lavoro collegate al ridare centralità al ruolo dei corpi intermedi strategici per far fronte alla crisi, oggetto di diverse indagini recenti. L'Italia degli ultimi decenni ha conosciuto un notevole allentamento dei legami sociali: partiti, sindacati e associazioni, hanno perso ruolo e credibilità anche come conseguenza di campagne denigratoria verso i corpi intermedi e verso tutte le forme di aggregazione strutturate per rappresentare bisogni e interessi dei cittadini. Tuttavia, anche a motivo dell'emergenza pandemica, gli italiani hanno ricominciato a sentire il bisogno di vivere in una società organizzata e a non aspettarsi risposte solo dallo Stato o dal mercato. Ritengono che l'attuale sistema democratico italiano non funzioni e sono diffidenti verso quei corpi intermedi che essi associano a interessi non chiari. Nello stesso tempo, però, pensano che le realtà del Terzo settore siano indispensabili al buon funzionamento dei servizi di welfare. Gli italiani riconoscono comunque ai corpi intermedi numerose funzioni importanti per la nostra società, tra le quali spiccano quelle di "collegamento tra le istituzioni e la cittadinanza nella rappresentanza di interessi altrimenti inascoltati" per "contribuire alla crescita e al benessere sociale dell'intero Paese" (Indagine IPSOS Ottobre 2020). A nostro avviso servirebbe un dibattito pubblico su come sciogliere questo nodo sociale (ispirandosi ai principi di equità, solidarietà e sussidiarietà nel solco di 500 anni di dottrina sociale della Chiesa Cattolica) ma anche sul valore della giustizia sociale e personale.

L'equivoco della meritocrazia
Crediamo che uno degli motivi da cui trae origine il fenomeno risieda nel cosiddetto "equivoco della meritocrazia": un'illusione che giustifica le diseguaglianze. In tanti sembrano vedere la società meritocratica come una società a misura d'uomo, in grado di rispondere alle sue esigenze di giustizia sociale: in verità altrettanti vedono invece nella meritocrazia un'ideologia che legittima le disuguaglianze, una falsa promessa di mobilità sociale ed uguaglianza delle opportunità. Al riguardo diversi studi hanno evidenziato questo aspetto controverso: abbiamo perciò pensato di fare alcune riflessioni, per sostanziare un dibattito pubblico da tempo influenzato dal "politicamente corretto". In teoria la meritocrazia dovrebbe valorizzazione l'impegno ed il lavoro individuale, azzerare i privilegi, favorire la mobilità sociale: riconosciamo l'importanza di queste promesse, ma chiediamoci come vengono mantenute nelle società meritocratiche. Il successo è sempre equivalente al merito? Da quanto si può desumere guardando nei successi individuali nella politica, in economia, nella scuola, nello sport, sembra che ci sia molto di più del semplice merito: giustamente Roger Abranavel ha parlato di "meritocrazia che ha creato l'elite cognitiva". Nell'economia della conoscenza la laurea è sempre più importante come anche l'Ateneo (ed il costo) in cui si consegue E' altresi noto che la ricompensa delle azioni individuali non dipende dal loro valore intrinseco, ma dal valore che gli altri attribuiscono ai nostri sforzi, c'è l'aiuto di altre persone, il talento naturale, la possibilità di un'istruzione...e "la fortuna". Purtroppo è molto diffusa tra i perdenti della competizione meritocratica, l'accettazione della presunta equità e legittimità delle logiche della meritocrazia anche davanti alle prove inconfutabili che successo e merito non sono la stessa cosa. Del che emergerebbe il vero, grande problema della meritocrazia: la giustificazione e legittimazione delle disuguaglianze e, in alcune società come quella Italiana, "il blocco sostanziale dell'ascensore sociale". Quindi: che fare? meritocrazia sì o meritocrazia no? Noi proponiamo di uscire da questo dilemma proponendo un dibattito pubblico sulla desiderabilità della meritocrazia e sul contenuto delle azioni meritorie che le società vogliono ricompensare.

I Lavoratori Poveri
A nostro avviso, una delle conseguenze dell'approccio "meritocratico" è il fenomeno del "Lavoratori Poveri". Riportiamo di seguito alcuni dati presentati il 18 gennaio u.s. nel rapporto conclusivo 2021 del Gruppo di lavoro "Commissione sugli Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa" istituito dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, con il Decreto Ministeriale n. 126 del 2021 Sono circa tre milioni, lavorano, ma sono poveri: il 13,2% dei lavoratori. E' colpa della pandemia ma la povertà lavorativa in Italia ha anche molte altre cause preesistenti: salari fermi da decennio (in valori reali), l'instabilità crescente delle carriere, il boom del part-time involontario e l'aumento dei lavoretti. In base ai dati ISTAT 2020, erano in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%). Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%).

Quindi in Italia più del 13% dei lavoratori si trova in situazione di povertà e circa un quarto ha una retribuzione individuale bassa: tradotto in soldi vuole dire che un lavoratore single povero guadagna meno di 11.500 euro all'anno. E più di un lavoratore su dieci vive in una famiglia con un reddito inferiore sempre al 60% della media. Per quelle con due figli (dove uno o entrambi i genitori lavorano) significa meno di 26mila euro all'anno (vedi rapporto).

Viene smentito il luogo comune che vorrebbe la povertà legata alla mancanza di un lavoro: "Sul lavoro povero non si può rimanere senza fare niente - ha spiegato il ministro del Lavoro Andrea Orlando -. Rimanere fermi vuol dire accettare l'idea del lavoro povero. Non si può dire che non si fa nulla sulla rappresentanza e che non si fa nulla sul salario minimo. (.) Abbiamo in parte scongiurato un'emergenza sociale. Anche se il lavoro povero riguarda soprattutto giovani e donne".



La povertà "è il risultato di un processo che va ben oltre il salario e che riguarda i tempi di lavoro, quante ore a settimana e quante settimane in un anno; la composizione familiare, in particolare quante persone percepiscono un reddito all'interno del nucleo; il ruolo redistributivo giocato dallo Stato". Per questo le categorie più a rischio sono i lavoratori occupati solo pochi mesi all'anno o a tempo parziale o ancora i lavoratori autonomi, monoreddito e con figli a carico. Quando si passa alla dimensione familiare, a questi fattori di rischio "si aggiungono la composizione del nucleo e il numero di percettori": perciò la povertà lavorativa necessita di una strategia complessa con il ricorso a molteplici strumenti con cui sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito e assicurare un sistema redistributivo ben mirato.

I salari bassi: un rischio concreto e permanente In base ai dati INPS oltre il 50% dei lavoratori in situazione di povertà lavorativa è rimasto in questa condizione (oltre il 60% durante la crisi economica). La povertà pregressa non è un fattore determinante della povertà futura ma più legata a condizioni strutturali dell'individuo e della famiglia.

Le cinque proposte della Commissione: dal salario minimo sperimentale all'in-work benefit Il gruppo di lavoro ha individuato cinque proposte concrete, tra loro interconnesse:

1. il salario minimo proposto in modalità sperimentale:

2. il rafforzamento della vigilanza documentale, basata sui dati che le imprese e i lavoratori comunicano alle amministrazioni pubbliche;
3. l'introduzione dell'in-work benefit, (trasferimento a chi lavora): solo il 50% dei lavoratori in Italia percepisce un sostegno al reddito rispetto al 65% della media europea. L'in-work benefit aiuterebbe chi si trova in una situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare;
4. l'incentivazione del rispetto delle norme da parte delle aziende;
5. una revisione dell'indicatore europeo di povertà lavorativa per meglio individuare i lavoratori più esposti al rischio povertà e mettere a punto strategie mirate.

La proposta prevede anche una applicazione provvisoria e sperimentale del salario minimo ad un numero limitato di settori in crisi e creare un sostegno economico che integri i redditi dei lavoratori poveri, con cui aiutare chi si trova in difficoltà economiche incentivando l'occupazione regolare..

Una strategia che dovrà affrontare "anche le debolezze macroeconomiche e di politica industriale, le politiche per il lavoro (politiche attive, regolazione lavoro atipico, contrattazione) e gli investimenti in istruzione e formazione con l'obiettivo di aumentare quantità e qualità del lavoro nel nostro Paese".

Gli 80 euro e il reddito di cittadinanza hanno fallito? Gli esperti sottolineano come l'intervento pubblico si sia mosso in maniera indiretta nei confronti delle cause alla base delle basse retribuzioni (ad esempio misure per il Sud e per l'occupazione femminile). C'è stata una misura diretta per aumentare le retribuzioni medio-basse - gli 80 euro - ma si basa solo sul salario individuale e il bonus non va a chi ha un reddito così basso da risultare incapiente ai fini fiscali: "nei fatti questa misura non è stata molto efficace nel proteggere dal rischio della povertà lavorativa".

Il reddito di cittadinanza "ha giocato un ruolo senz'altro positivo nell'attenuare la povertà" delle famiglie beneficiarie, peraltro "non sufficiente per portare le famiglie numerose al di sopra della soglia di povertà e limitata nell'affrontare un fenomeno complesso e sfaccettato come la povertà lavorativa".

Anche gli sgravi fiscali sui salari pagati dalle imprese come premio di produttività "non appaiono in grado di ridurre significativamente la povertà lavorativa" dato che le imprese che pagano questi premi e offrono una contrattazione di secondo livello ai dipendenti sono solitamente quelle che già pagano salari ben superiori a quelli medi.

Di fronte a queste proposte, largamente condivisibili, crediamo però che l'aspetto del Salario Minimo vada integato (certamente bisogna individuare in tutti i contratti un livello minimo che ponga un lavoratore monoreddito con famiglia sopra la soglia di povertà) per evitare il rischio della reintroduzione delle gabbie salariali e valutare una sua "governance" condivisa tra datore di lavoro (Pubblico e Privato) e parti sociali rappresentative. Da questo punto di vista sarebbe più utile: a) l'estensione dell'applicazione dei contratti collettivi principali a tutti i lavoratori, b) la riduzione del numero di contratti (molti dei quali pirata e sottoscritti da sigle sindacali "à la carte") c) ridefinire la legge sulla rappresentanza, basata sull'esperienza della Germania del 1997 d) l'introduzione del coefficiente familiare nei contratti (pubblici e privati)

Far ripartire l'ascensore sociale
Per far ripartire l'ascensore sociale è necessario quindi agire, fissando una soglia al di sotto della qualenessuna persona possa essere pagata e promuovendo politiche di contrasto allo sfruttamento lavorativo e alla precarietà cronica. Consentire alle famiglie di uscire dalla povertà significa anche investire in asili nido, doposcuola e nell'intero settore della cura, a vantaggio delle migliaia di persone - perlopiù donne - che puntualmente si ritrovano costrette a scegliere se crescere i propri figli o guadagnarsi da vivere: in altre parole ripartire da un sostegno concreto alle famiglie. Promuovere la mobilità sociale implica, infine, evitare di puntare esclusivamente su misure di contrasto alla povertà quali il reddito di cittadinanza o i sussidi di disoccupazione ma lavorare anche affinchè tali incentivi non siano più necessari, garantendo a tutta la popolazione un'istruzione di qualità e investendo in politiche attive e in formazione professionale su larga scala.                                                MASSIMO ROCCHITTA