CELEBRATO IL XIX CONGRESSO DELLA DC ( il primo dal 1994 )
don2sturzo-degasperi-22dic.JPG (74643 byte)
DEMOCRAZIA CRISTIANA
Sede virtuale ROMA, Piazza del Gesù, 46 - Sede provvisoria Bologna, Via Titta Ruffo, 7

.
ASSEMBLEA NAZIONALE  DEI SOCI  DELLA DC STORIC
A - STATUTO UFFICIALE DEL PARTITO
Decreto di accoglimento, del Tribunale Civile di Roma, Sez. III,  n. 9374/2016, Convocante Assemblea dei soci per il 25/26 feb. 2017 a Roma

SITO UFFICIALE

Direttore Responsabile: Prof. Nino Luciani
Tel. 347 9470152 - Email: nino.luciani@libero.it

ATTUALITA' LA PAGINA "ESTERI"
E COMUNICATI
FORUM La pagina per la documentazione
del partito.
Dipartimento : Rapporti con i Sindacati del Lavoro: CONVEGNI e DOCUMENTI Dipartimento
Politiche Agricole
Alimentari e Forestali
:
Dipartimento
Università e Ricerca
 

DIPARTIMENTO “DISABILITÀ, PARI OPPORTUNITÀ, FAMIGLIA”

PAZIENZA  gabriele occhiali-bis.jpg (120360 byte)

LA PAGINA DEL PRESIDENTE
-----
A proposito di un fatto,
del dibattito pre-congressuale

tramonte5.JPG (178902 byte)

Cosimo Tramonte,
POLITICA ESTERACOMUNICATO
per la pace Ucraina - Russia

trenti - ovale.JPG (6671 byte)

CANDIDATO UNICO
della DC Dr. GIORGIO TRENTI
per il CONSIGLIO COMUNALE

moretti antonio2.jpg (39098 byte)

"Per la più alta forma
di riscatto morale
e di carità cristiana
per tutti e con tutti"

rocchitta massimo.jpg (11320 byte)

MASSIMO ROCCHITTA
Lavoratori poveri

 

Decre.to Tribunale Civile di Roma convoca Assemblea dei soci DC,
prima volta dal 1994

de leonardis massimo.jpg (29390 byte)

La nuova DC :
Massimo De Leonardis,

Un Impegno Civile
Anticorpi monoclonali

graziano an.jpg (5614 byte)

Nuovo Disegno di legge di riforma universitaria

de carolis.jpg (14259 byte)

Per una legge di riclassificazione
delle disabilità

Clicca su: Home    FORUM 2

Clicca su: COMUNICATI STAMPA

Clicca su: FORUM 1

Clicca su: LETTERE Clicca su: FORUM6

Clicca su: FORUM5

Clicca su: FORUM4

FORUM - Università

FORUM7

importante importante importante

FORUM6 - 2022

rocchitta massimo.jpg (11320 byte)
Massimo Rocchitta

In margine al rapporto della  "Commissione sugli Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa"
del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.

"La povertà non è legata alla mancanza di un lavoro"

.
Massimo ROCCHITTA*,
COME AFFRONTARE
IL TEMA DEI "LAVORATORI POVERI"

 

* Dottore in Scienze Agrarie, Master in Gestione Sostenibile della risorsa idrica

.
Premessa
.
Non si vorrebbe iniziare con l'ormai scontato refrain "sulla Pandemia da COVID 19 che ha fatto venire al pettine nodi irrisolti che si trascinano da almeno due decenni", tuttavia è un fatto che il fenomeno dei "lavoratori poveri" sia esploso nel corso del 2020 ed è diventato uno dei problemi più rilevanti per il mercato del lavoro Italiano: siamo di fronte ad una vera Pandemia del Lavoro Povero. Diventa sempre più urgente la restituzione della centralità e della dignità del lavoro collegate al ridare centralità al ruolo dei corpi intermedi strategici per far fronte alla crisi, oggetto di diverse indagini recenti. L'Italia degli ultimi decenni ha conosciuto un notevole allentamento dei legami sociali: partiti, sindacati e associazioni, hanno perso ruolo e credibilità anche come conseguenza di campagne denigratoria verso i corpi intermedi e verso tutte le forme di aggregazione strutturate per rappresentare bisogni e interessi dei cittadini. Tuttavia, anche a motivo dell'emergenza pandemica, gli italiani hanno ricominciato a sentire il bisogno di vivere in una società organizzata e a non aspettarsi risposte solo dallo Stato o dal mercato. Ritengono che l'attuale sistema democratico italiano non funzioni e sono diffidenti verso quei corpi intermedi che essi associano a interessi non chiari. Nello stesso tempo, però, pensano che le realtà del Terzo settore siano indispensabili al buon funzionamento dei servizi di welfare. Gli italiani riconoscono comunque ai corpi intermedi numerose funzioni importanti per la nostra società, tra le quali spiccano quelle di "collegamento tra le istituzioni e la cittadinanza nella rappresentanza di interessi altrimenti inascoltati" per "contribuire alla crescita e al benessere sociale dell'intero Paese" (Indagine IPSOS Ottobre 2020). A nostro avviso servirebbe un dibattito pubblico su come sciogliere questo nodo sociale (ispirandosi ai principi di equità, solidarietà e sussidiarietà nel solco di 500 anni di dottrina sociale della Chiesa Cattolica) ma anche sul valore della giustizia sociale e personale.

L'equivoco della meritocrazia
Crediamo che uno degli motivi da cui trae origine il fenomeno risieda nel cosiddetto "equivoco della meritocrazia": un'illusione che giustifica le diseguaglianze. In tanti sembrano vedere la società meritocratica come una società a misura d'uomo, in grado di rispondere alle sue esigenze di giustizia sociale: in verità altrettanti vedono invece nella meritocrazia un'ideologia che legittima le disuguaglianze, una falsa promessa di mobilità sociale ed uguaglianza delle opportunità. Al riguardo diversi studi hanno evidenziato questo aspetto controverso: abbiamo perciò pensato di fare alcune riflessioni, per sostanziare un dibattito pubblico da tempo influenzato dal "politicamente corretto". In teoria la meritocrazia dovrebbe valorizzazione l'impegno ed il lavoro individuale, azzerare i privilegi, favorire la mobilità sociale: riconosciamo l'importanza di queste promesse, ma chiediamoci come vengono mantenute nelle società meritocratiche. Il successo è sempre equivalente al merito? Da quanto si può desumere guardando nei successi individuali nella politica, in economia, nella scuola, nello sport, sembra che ci sia molto di più del semplice merito: giustamente Roger Abranavel ha parlato di "meritocrazia che ha creato l'elite cognitiva". Nell'economia della conoscenza la laurea è sempre più importante come anche l'Ateneo (ed il costo) in cui si consegue E' altresi noto che la ricompensa delle azioni individuali non dipende dal loro valore intrinseco, ma dal valore che gli altri attribuiscono ai nostri sforzi, c'è l'aiuto di altre persone, il talento naturale, la possibilità di un'istruzione...e "la fortuna". Purtroppo è molto diffusa tra i perdenti della competizione meritocratica, l'accettazione della presunta equità e legittimità delle logiche della meritocrazia anche davanti alle prove inconfutabili che successo e merito non sono la stessa cosa. Del che emergerebbe il vero, grande problema della meritocrazia: la giustificazione e legittimazione delle disuguaglianze e, in alcune società come quella Italiana, "il blocco sostanziale dell'ascensore sociale". Quindi: che fare? meritocrazia sì o meritocrazia no? Noi proponiamo di uscire da questo dilemma proponendo un dibattito pubblico sulla desiderabilità della meritocrazia e sul contenuto delle azioni meritorie che le società vogliono ricompensare.

I Lavoratori Poveri
A nostro avviso, una delle conseguenze dell'approccio "meritocratico" è il fenomeno del "Lavoratori Poveri". Riportiamo di seguito alcuni dati presentati il 18 gennaio u.s. nel rapporto conclusivo 2021 del Gruppo di lavoro "Commissione sugli Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa" istituito dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, con il Decreto Ministeriale n. 126 del 2021 Sono circa tre milioni, lavorano, ma sono poveri: il 13,2% dei lavoratori. E' colpa della pandemia ma la povertà lavorativa in Italia ha anche molte altre cause preesistenti: salari fermi da decennio (in valori reali), l'instabilità crescente delle carriere, il boom del part-time involontario e l'aumento dei lavoretti. In base ai dati ISTAT 2020, erano in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%). Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%).

Quindi in Italia più del 13% dei lavoratori si trova in situazione di povertà e circa un quarto ha una retribuzione individuale bassa: tradotto in soldi vuole dire che un lavoratore single povero guadagna meno di 11.500 euro all'anno. E più di un lavoratore su dieci vive in una famiglia con un reddito inferiore sempre al 60% della media. Per quelle con due figli (dove uno o entrambi i genitori lavorano) significa meno di 26mila euro all'anno (vedi rapporto).

Viene smentito il luogo comune che vorrebbe la povertà legata alla mancanza di un lavoro: "Sul lavoro povero non si può rimanere senza fare niente - ha spiegato il ministro del Lavoro Andrea Orlando -. Rimanere fermi vuol dire accettare l'idea del lavoro povero. Non si può dire che non si fa nulla sulla rappresentanza e che non si fa nulla sul salario minimo. (.) Abbiamo in parte scongiurato un'emergenza sociale. Anche se il lavoro povero riguarda soprattutto giovani e donne".



La povertà "è il risultato di un processo che va ben oltre il salario e che riguarda i tempi di lavoro, quante ore a settimana e quante settimane in un anno; la composizione familiare, in particolare quante persone percepiscono un reddito all'interno del nucleo; il ruolo redistributivo giocato dallo Stato". Per questo le categorie più a rischio sono i lavoratori occupati solo pochi mesi all'anno o a tempo parziale o ancora i lavoratori autonomi, monoreddito e con figli a carico. Quando si passa alla dimensione familiare, a questi fattori di rischio "si aggiungono la composizione del nucleo e il numero di percettori": perciò la povertà lavorativa necessita di una strategia complessa con il ricorso a molteplici strumenti con cui sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito e assicurare un sistema redistributivo ben mirato.

I salari bassi: un rischio concreto e permanente In base ai dati INPS oltre il 50% dei lavoratori in situazione di povertà lavorativa è rimasto in questa condizione (oltre il 60% durante la crisi economica). La povertà pregressa non è un fattore determinante della povertà futura ma più legata a condizioni strutturali dell'individuo e della famiglia.

Le cinque proposte della Commissione: dal salario minimo sperimentale all'in-work benefit Il gruppo di lavoro ha individuato cinque proposte concrete, tra loro interconnesse:

1. il salario minimo proposto in modalità sperimentale:

2. il rafforzamento della vigilanza documentale, basata sui dati che le imprese e i lavoratori comunicano alle amministrazioni pubbliche;
3. l'introduzione dell'in-work benefit, (trasferimento a chi lavora): solo il 50% dei lavoratori in Italia percepisce un sostegno al reddito rispetto al 65% della media europea. L'in-work benefit aiuterebbe chi si trova in una situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare;
4. l'incentivazione del rispetto delle norme da parte delle aziende;
5. una revisione dell'indicatore europeo di povertà lavorativa per meglio individuare i lavoratori più esposti al rischio povertà e mettere a punto strategie mirate.

La proposta prevede anche una applicazione provvisoria e sperimentale del salario minimo ad un numero limitato di settori in crisi e creare un sostegno economico che integri i redditi dei lavoratori poveri, con cui aiutare chi si trova in difficoltà economiche incentivando l'occupazione regolare..

Una strategia che dovrà affrontare "anche le debolezze macroeconomiche e di politica industriale, le politiche per il lavoro (politiche attive, regolazione lavoro atipico, contrattazione) e gli investimenti in istruzione e formazione con l'obiettivo di aumentare quantità e qualità del lavoro nel nostro Paese".

Gli 80 euro e il reddito di cittadinanza hanno fallito? Gli esperti sottolineano come l'intervento pubblico si sia mosso in maniera indiretta nei confronti delle cause alla base delle basse retribuzioni (ad esempio misure per il Sud e per l'occupazione femminile). C'è stata una misura diretta per aumentare le retribuzioni medio-basse - gli 80 euro - ma si basa solo sul salario individuale e il bonus non va a chi ha un reddito così basso da risultare incapiente ai fini fiscali: "nei fatti questa misura non è stata molto efficace nel proteggere dal rischio della povertà lavorativa".

Il reddito di cittadinanza "ha giocato un ruolo senz'altro positivo nell'attenuare la povertà" delle famiglie beneficiarie, peraltro "non sufficiente per portare le famiglie numerose al di sopra della soglia di povertà e limitata nell'affrontare un fenomeno complesso e sfaccettato come la povertà lavorativa".

Anche gli sgravi fiscali sui salari pagati dalle imprese come premio di produttività "non appaiono in grado di ridurre significativamente la povertà lavorativa" dato che le imprese che pagano questi premi e offrono una contrattazione di secondo livello ai dipendenti sono solitamente quelle che già pagano salari ben superiori a quelli medi.

Di fronte a queste proposte, largamente condivisibili, crediamo però che l'aspetto del Salario Minimo vada integato (certamente bisogna individuare in tutti i contratti un livello minimo che ponga un lavoratore monoreddito con famiglia sopra la soglia di povertà) per evitare il rischio della reintroduzione delle gabbie salariali e valutare una sua "governance" condivisa tra datore di lavoro (Pubblico e Privato) e parti sociali rappresentative. Da questo punto di vista sarebbe più utile: a) l'estensione dell'applicazione dei contratti collettivi principali a tutti i lavoratori, b) la riduzione del numero di contratti (molti dei quali pirata e sottoscritti da sigle sindacali "à la carte") c) ridefinire la legge sulla rappresentanza, basata sull'esperienza della Germania del 1997 d) l'introduzione del coefficiente familiare nei contratti (pubblici e privati)

Far ripartire l'ascensore sociale
Per far ripartire l'ascensore sociale è necessario quindi agire, fissando una soglia al di sotto della qualenessuna persona possa essere pagata e promuovendo politiche di contrasto allo sfruttamento lavorativo e alla precarietà cronica. Consentire alle famiglie di uscire dalla povertà significa anche investire in asili nido, doposcuola e nell'intero settore della cura, a vantaggio delle migliaia di persone - perlopiù donne - che puntualmente si ritrovano costrette a scegliere se crescere i propri figli o guadagnarsi da vivere: in altre parole ripartire da un sostegno concreto alle famiglie. Promuovere la mobilità sociale implica, infine, evitare di puntare esclusivamente su misure di contrasto alla povertà quali il reddito di cittadinanza o i sussidi di disoccupazione ma lavorare anche affinchè tali incentivi non siano più necessari, garantendo a tutta la popolazione un'istruzione di qualità e investendo in politiche attive e in formazione professionale su larga scala.                                                MASSIMO ROCCHITTA